La cattura e la prigionia dei soldati italiani
All’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943 tra l’Italia e gli Alleati anglo-americani, nei territori occupati dai tedeschi venne richiesto ai soldati del Regio Esercito di scegliere tra il continuare a combattere nelle fila tedesche o l’essere inviati in campi di detenzione in Germania o in Polonia. Solo una piccola percentuale, per convinzione o per evitare la deportazione, accettò di continuare a servire il Terzo Reich e la nuova repubblica fascista; gli altri vennero invece imprigionati nei Lager nazisti; il 20 settembre 1943, per decisione di Adolf Hitler, venne assegnato loro uno status particolare, quello di Internati Militari Italiani, anziché quello di prigionieri di guerra, così da non dovere riconoscere loro le garanzie previste dalle Convenzioni di Ginevra. Successivamente furono inquadrati come lavoratori civili, allo scopo di utilizzarli come manodopera nell’industria pesante e degli armamenti o nelle miniere, senza farli godere della tutela della Croce Rossa Internazionale. L’atteggiamento della Germania, infatti, fu particolarmente duro nei confronti dei soldati italiani, considerati rei di tradimento dell’alleato e per questo sottoposti a continue vessazioni e umiliazioni. Solo in 200mila riuscirono a sfuggire alla cattura, andando in parte a unirsi alle formazioni partigiane. I soldati italiani catturati dai tedeschi fra il 1943 e il 1945 furono invece circa 650mila. I loro nominativi sono stati di recente raccolti e inseriti in una banca dati disponibile on-line: il LeBi – Lessico Biografico degli IMI-Internati Militari Italiani, con l’aggiunta di elementi anagrafici e biografici, allo scopo di non dimenticare il sacrificio di questi uomini e le loro drammatiche vicende.
TC
1974 luglio 2
Foglio cartaceo, 320×220 mm
Distretto militare di Venezia, Fascicoli matricolari, anno 1914, matricola n. 40062
Dalle notizie riportate sul suo foglio matricolare, si apprende che Giovanni Salin, nato a Martellago in provincia di Venezia nel luglio del 1914, partecipò tra il 30 gennaio 1941 e il 23 aprile dello stesso anno alle operazioni di guerra svoltesi sulla frontiera greco-albanese con la 546ª Compagnia Mitraglieri G.A.F., e dal 18 novembre 1942 all’8 settembre 1943 alle operazioni di guerra in territorio albanese, con la medesima compagnia. All’indomani dell’armistizio con le forze anglo-americane, venne catturato dall’esercito tedesco e internato in Albania. Il 1° gennaio 1944 fu liberato dai partigiani albanesi e incorporato nella formazione partigiana “Bande albanesi”, della quale fece parte fino al 30 novembre 1944. Fece ritorno in Italia, andando a risiedere al Centro Alloggio Tunker di Taranto, il 14 giugno 1945. La lotta di liberazione albanese aveva preso particolare vigore con l’arrivo dei nazisti nell’autunno del 1943; quando Benito Mussolini aveva deciso di invadere il paese, nell’aprile del 1939, l’atteggiamento degli albanesi, almeno inizialmente, non era stato del tutto ostile verso un regime che prometteva di portare investimenti economici assai utili per un territorio ancora dotato di infrastrutture arretrate. I soldati albanesi, inglobati nell’esercito italiano, parteciparono dopo il 28 ottobre 1940 alla campagna militare scatenata dal duce contro la Grecia, il disastroso fallimento della quale portò a un sensibile cambio di atteggiamento nei confronti degli italiani. A seguito dell’armistizio del settembre del 1943 molti militari del Regio Esercito di stanza in Albania e nei Balcani si rifiutarono di unirsi all’esercito tedesco e confluirono nei gruppi di resistenza albanese, che già nel novembre del 1944 riuscirono a sconfiggere l’esercito tedesco e liberare il paese.
TC
Bibl.: Muraca 1997, p. 306.



