Il Cln regionale veneto chiede al Prefetto la rimozione del soprintendente Mario Corti

1945 luglio 5. Venezia.

Cartaceo, 150 x 100

Gabinetto della Prefettura di Venezia. Ufficio affari generali – Serie generale, “Requisizione alloggi, 1938-1945”, b. 10, fasc. 2496

Il caso del Teatro La Fenice, il palcoscenico più importante di Venezia e uno dei maggiori in Italia, un vero e proprio “tempio della lirica”, si presenta come particolarmente emblematico, perché idoneo a rappresentare, nell’inquieta transizione tra la fase che precedette e quella che seguì la Liberazione, la continuità di una tradizione. Il teatro era uno degli “Enti lirici” a gestione autonoma, creati con la specifica riforma del 1936; esso aveva continuato le attività pure in tempo di guerra, anche durante la fase finale dell’occupazione tedesca, e le aveva sospese, ma solo per un breve intervallo, in concomitanza con la giornata insurrezionale del 28 aprile.

Tra polemiche, divisioni e vere e proprie fratture tra i professori d’orchestra, alcuni ritennero che il sovrintendente del teatro, Mario Corti, dovesse essere rimosso, perché troppo compromesso col fascismo di regime (a suo tempo era stato nominato dal ministro della cultura popolare, Alessandro Pavolini, col gradimento del conte Giuseppe Volpi) e anche con quello di Salò, in quanto era stato riconfermato dal nuovo ministro Ferdinando Mezzasoma; lo si accusava inoltre di avere tenuto rapporti più che amichevoli con alti esponenti germanici. La Commissione di epurazione del Cln ne propose pertanto la sospensione, il 18 giugno 1945, «per non offrire sufficienti garanzie morali e politiche», e la sostituzione col compositore Erardo Trentinaglia. Il prefetto della Liberazione, l’azionista Camillo Matter, col nulla-osta del Governo Militare Alleato, diede seguito alla richiesta con decreto del 25 luglio successivo. Il sovrintendente, però, si oppose fermamente, con un «atto di rimostranza», alla rimozione, contestandola nella forma – il prefetto non avrebbe avuto alcun titolo per procedere, spettando invece al sindaco ogni competenza in proposito – e soprattutto nella sostanza, poiché, come sostenne, egli aveva garantito che il teatro rimanesse in funzione, mantenendo così un’opportunità lavorativa insostituibile per orchestrali e maestranze; aveva inoltre fornito protezione a musicisti perseguitati dalla Repubblica sociale, in primo luogo al direttore Ettore Gracis (nominato fittiziamente archivista e conservatore della biblioteca del Teatro); per di più, aveva celato in soffitte e altri ambienti volumi, spartiti e strumenti di amici ebrei, come Ugo Levi.

La vicenda si trascinò a lungo, e si concluse con la permanenza di Corti alla guida dell’Ente. Nel frattempo, a manifestare la dinamica vitalità dell’estate 1945, l’attività musicale e operistica della Fenice non venne interrotta: alcuni concerti si succedettero, già a giugno, nel cortile di Palazzo Ducale, poi, dall’11 luglio al 5 agosto si organizzò una stagione all’aperto, in Campo S. Angelo, con Aida e Traviata di Verdi, Carmen di Bizet e Gioconda di Ponchielli; e infine, dal 31 agosto al 3 settembre, le recite straordinarie del Werther di Massenet.

AP

Bibl.: Bellina, Girardi 2003, pp. 153-155.